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Critica fotografica

In rete

Walmor Corrêa e la Criptozoologia

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Dal testo di Heuvelmans, "La Criptozoologia: che cosa è, e che cosa non è": "Quando ho coniato il termine "criptozoologia", nella seconda metà degli anni cinquanta, la ricerca sistematica degli animali ancora sconosciuta che io intendevo designare con quel nome, aveva una reputazione decisamente non buona. I sarcasmi e gli insulti dei rappresentanti della Scienza ufficiale non avevano cessato di piovere nel corso degli anni sui pochi pionieri che avevano avuto il coraggio e l' imprudenza di dedicarcisi. [...] Non mi restava altro che battezzare con un nome ufficiale la disciplina scientifica che avevo contribuito a far conoscere. Gli anni sono passati. Le nuove idee si sono diffuse e hanno perso la loro originalità. Le audacie sono divenute moneta corrente, i dubbi evidenze. I lazzi sono terminati. Solo qualche conservatore attardato o qualche giovane ignorante azzardano ancora talvolta delle recriminazioni che peraltro non trovano alcuna eco. Il nome "criptozoologia" è oggi usato correntemente in tutte le lingue della Terra: è anche entrato in molti dizionari ed enciclopedie.".

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Nijinsky in vacanza - Contro le Marine
 
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Ho pranzato bene, infatti ho mangiato due uova à la coque con patate fritte e fave. Amo le fave, ma sono secche. Non mi piacciono le fave secche, perché non c'è vita in esse. La Svizzera è malata, perché è tutta in montagna. In Svizzera, le genti sono secche, perché non c'è vita in loro. Ho una cameriera secca, perché sente. Pensa molto, perché l'hanno seccata nell'altro luogo dove ha servito per molto tempo. Non amo Zurigo, perché è una città secca, ci sono molte fabbriche e molti uomini d'affari. Non amo gli uomini secchi, ecco perché non mi piacciono gli uomini d'affari.
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passioni...

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"...Egli avrebbe potuto lottare ancora, tentare tutte le probabilità:la fatalità esteriore non esiste. Ma c'è una fatalità interiore: arriva un minuto nel quale ci si sente vulnerabili e, allora, gli errori attirano come una vertigine. Ed è in questo preciso minuto che sulla sua testa, attraverso una lacerazione della tempesta, come un richiamo mortale in fondo a una rete, brillarono alcune stelle.

Capì che era un tranello: si vedono tre stelle in un buco, si sale verso di loro; ma poi non si può più discendere, e si rimane lassù, a mordere le stelle...

Ma la sua fame di luce era tale che egli salì..."

antoine de saint exupery - volo di notte

 

(massimo ginesi)

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Alexander Gardner

 

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 La fotografia di Alexander Gardner (1821-1882) è stata, per tutta la sua vita, la ricerca della rappresentazione dell'attimo pre-morte. Anche inconsapevolmente, come nel caso dei ritratti ad Abraham Lincoln, primo presidente degli Stati Uniti d'America assassinato durante il mandato o come quelli ai nativi americani, rappresentati come immagini del piatto del buon ricordo, poco dopo i grandi massacri e poco prima delle riserve.

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Il Buio di Kafka e il Coltello di Borges

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Parlare di Kafka è un po' come parlare di niente o di tutto. Fu persino causa di lite tra Scholem e Benjamin. Il primo lo vedeva come Max Brod, amico e confidente dello scrittore, un Genio, un ebreo dal perduto ebraismo; il secondo, invece, lo guardava come un Mistico.
Se pensiamo alla storia del Coltello di Borges, capace di passare di mano in mano portando a compimento la propria volontà col tramite delle persone che lo usavano, così possiamo vedere L'Angelus di Klee, che fu di Kafka, che fu di Benjamin, che fu di Scholem. Gelido, infinito, senza speranza.
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Viva l'Italia
 
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Noi italiani spesso arriviamo in ritardo, e questa volta il ritardo è stato lungo, grave, paralizzante. Il resto del mondo, sia a est sia a ovest, sia a sud sia a nord, ci ha anticipato di un anno e più.
Gli Stati Uniti, Il Giappone, patrie di Arte e di Cultura, addirittura ci hanno preceduto di quasi due anni.
In rete correva la notizia da tempo, e noi italiani, noi Brava Gente eravamo in trepidante attesa. Insomma, noi, Ultimi dei G8, Ultimi persino degli Ultimi, forse a breve avremmo raggiunto la Civiltà.
I ragazzi, come spesso accade nelle popolazioni più evolute, sono stati i primi a capire il problema, i primi a sollevare la questione, e così come l'Avanguardia di inizio Novecento a Parigi, sono stati i Primi a guardare Altrove. I primi, spinti dall'emotività e dalla voglia di sapere, i primi, con la loro necessità di cambiamento, i primi, con la loro spinta verso il Nuovo, verso il Diverso, i primi, con la loro capacità di ribellarsi alle vecchie Forme, alla muffa delle istituzioni, all'esteriorà precostituite, imposte da vecchie e accreditate sovrastrutture etiche che ci intrappolano nella consolidata e rassicurante esperienza del "tutto non deve cambiare", a capire che Altrove è la Via, l'Innovazione, la Libertà. Subito, loro, hanno appreso che il Movimento è sì inizialmente espressione di gusto estetico, ma poi questo diviene simbolo di una Nuova Rinascita Interiore.
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tradimenti
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"...Dice cosí: «E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori al­l'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di rimuovere gli ostacoli che im­pe­discono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà rag­giun­to, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell'art. primo - «L'Italia è una Repubblica de­mocratica fondata sul lavoro» - corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c'è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chia­ma­re neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un'uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tut­ti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro mi­glior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cam­mi­no, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

...

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quan­do tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell'uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c'è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società pre­sen­te. Perché quando l'art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine eco­no­mico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che que­sti ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli.

Dà un giudizio, la costituzione, un giu­di­zio polemico, un giudizio negativo contro l'ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare at­tra­ver­so questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a di­spo­si­zio­ne dei cittadini italiani...

La costituzione, vedete, è l'affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non so­no belli, ma è l'affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte co­mune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la car­ta per ciascuno di noi della propria dignità d'uomo."

Piero Calamandrei - discorso sulla costituzione,  Milano 26 gennaio MILLENOVECENTOCINQUANTACINQUE (1955) 

(massimo ginesi) 

 

 

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