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Nijinsky in vacanza - Contro le Marine

 
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Ho pranzato bene, infatti ho mangiato due uova à la coque con patate fritte e fave. Amo le fave, ma sono secche. Non mi piacciono le fave secche, perché non c'è vita in esse. La Svizzera è malata, perché è tutta in montagna. In Svizzera, le genti sono secche, perché non c'è vita in loro. Ho una cameriera secca, perché sente. Pensa molto, perché l'hanno seccata nell'altro luogo dove ha servito per molto tempo. Non amo Zurigo, perché è una città secca, ci sono molte fabbriche e molti uomini d'affari. Non amo gli uomini secchi, ecco perché non mi piacciono gli uomini d'affari.
Nijinski, annoiato del suo soggiorno forzato, cerca di dare forma e bellezza alle curve monotone dei suoi pensieri.
Scrive nel suo diario.
E' genio romantico della danza, può permettersi di pensare ciò che vuole e i suoi quaderni saranno testimonianza della sua sensibilità senza uguali. Nel futuro prossimo, il suo talento sarà interpretato come ostinata determinazione del "sentire", e la sofferenza, anch'essa, verrà codificata in una sorta di pazzia dolce, creatrice.
Ma la noia mortale che lo attanaglia in estate è nemica del suo corpo e della sua anima. Ha deciso, in quel tardo pomeriggio, che non sarebbe andato a ballare per i borghesi, che non sentono la danza. Loro vogliono solo cose gaie e lui si stufa, a darle sempre. Ha preso un treno ed è partito, pensando che le sue decisioni, il suo sentire, il suo -perché non dirlo- essere artista, lo avrebbero salvato da secchezza, Svizzera, e morte e da tutti gli altri fastidi dell'esistenza.
Ha deciso di andare al mare, per una passeggiata al vento e al sole senza nessun intorno, tranne una piccola valigia con l'essenziale. Arrivato nella località balneare, beve un drink ghiacciato al bar, e poi, stufo del lungo viaggio e ancora più annoiato di sé e del resto, cammina sul molo deserto percorrendolo lentamente, fino alla fine dei massi. Infine, si siede, gambe penzoloni nell'acqua. Ed è lì che estrae il suo cahier e i pastelli, convinto che, essendo artista, avrebbe disegnato una bellissima marina, una marina eccezionale, anzi la migliore marina di ogni tempo, lui, il genio pazzo e romantico della danza.
Guarda di fronte a sé. Vede le sue ginocchia incrociate, superbe. Il suo abito in lino è meraviglioso e fresco. Gli spruzzi d'acqua gli pizzicano la pelle del viso, bianca. Una barchetta colorata sta uscendo dal porto. Il ronzio del motore è irritante. Sulla sinistra, un battello per turisti sbarca qualche forestiero mezzo nudo, lasciandolo sperduto con le sue valigie sulla banchina.
Certi uomini carnosi e sani, privi di ogni dignità umana o spirituale, schiamazzano lontani al bar che si è lasciato alle spalle. Il sole martella la sua chioma bruna, e Nijinski, sanguigna in mano, comincia a sciogliersi nel sole. Impossibile disegnare da lì. Uno schizzo veloce di qualche vela lontana, dell'orizzonte vibrante, e decide di tornare al Bar dello Scirocco per provare da lì, all'ombra.
Si siede e ordina un'acqua ghiacciata. Il suo corpo non ha bisogno di nient'altro. Il sudore scrive qualcosa di arabo sulla sua fronte, qualcosa che cade sulla carta pergamena. La sua bellezza diafana niente può contro quella noiosa marina, dove non succede niente e le cose vanno, da sempre, solo avanti e indietro, dentro e fuori il porto.
Provaci ancora, Nijinski. Guarda ancora, da qui. Sulla terrazza del bar, due grossi tronchi incorniciano, tra il pavimento e il soffitto della capanna, un pezzo di mare. Nient'altro che un pezzo di mare, eccola, la sua finestra su quel mondo caldo e doloroso e identico a se stesso dalla nascita della terra. Quello che vede non gli dice niente. E' uno scoglio a destra, grande e pesante, nero, lavico; e poi uno scoglio sul lato opposto e altri due, più piccoli e frastagliati, più lontani verso l'orizzonte. Il sole al centro, si sbilancia un po' a sinistra, per aiutare l'equilibrio della composizione blu arancio. Il mare da qui sembra calmo e uniforme.
Dalla sua valigetta, estrae un pennello a punta, lo intinge nell'acqua ghiacciata e poi lo sporca nella sanguigna. Cerca di abbozzare qualcosa. La sua mano nervosa e magra, incide a fondo il contorno lavico delle rocce. Il foglio inerme. Il mare, meglio non farlo, è un vuoto.. E il cielo, è peggio, è ancora più vuoto e pesante. Il peso della sua testa è il peso di quelle rocce. Le barche minuscole, colorate, ridicole sono grottesche e imbarazzanti.
Cosa fanno lì? Cosa pretendono? Sono così piccole e appuntite e niente possono contro il mare duro e grosso. E i pescatori, così piccoli, pensano di poter fare tutto da soli, ma sono vecchi e rugosi. Si rifiuta di disegnare i dettagli, se non riesce a cogliere il tutto. Chiude il quaderno, arrossendo appena. Il cameriere finge di non vedere. Accende una sigaretta. La spegne. Il ghiaccio si è sciolto e l'acqua ha il colore della terra bruciata. Ne beve un sorso e se la butta in faccia, per rinfrescarsi un po'. Sul suo viso bagnato e fresco, inizia a tirare un po' di vento. Allora si distende sulla sedia, appoggia i piedi al tronco, e guarda più lontano possibile, l'orizzonte.
Che senso ha cercare di? Quello è ciò che hai, Nijinski -parla da solo, è pazzo! Il vento sul volto, il sudore che cola, i muscoli delle gambe tesi, calmi ma pronti, i piedi fini, le dita aperte, i brividi di caldo e freddo che si fanno spazio nel tuo abito di lino. Il silenzio del mare intorno, la forza del vento, il legno del pavimento che si scuote ai passi, i bicchieri sui tavoli che saltano, il fumo delle sigarette che danza, i fogli che volano via, Nijinski chiudi gli occhi e pensa che mai, questo ha avuto più senso e che provare a dargli una forma finita e chiusa è proprio un errore.
 
Miriam Mosetti


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