Critica fotografica
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Assassino Sono nato nel millenovecentocinquantanove a Roma.
A sei anni mi sono trasferito a Torino, con mia madre. Mio padre non venne con noi, e da allora non l'ho mai più visto. non ho sue foto, non ho sue notizie da ormai sei anni, non ricordo più il suo viso ed il suo aspetto. Mia madre è morta poco tempo fa.L'ultima cosa che ho saputo di lui, e come dicevo è accaduto sei anni fa, è che è stato condannato per omicidio.È successa in me una cosa strana. Per anni ho pensato a mio padre, a cosa stesse facendo, se si fosse risposato e se avesse avuto altri figli, alla sua nuova moglie, sempre che ne avesse avuta un'altra. Sempre, tutti i giorni, fino al momento della notizia sui giornali. Da allora fino alla settimana scorsa, non ci ho più pensato. Neanche per un minuto, in nessun giorno, per sei anni. Quando ne venni a conoscenza mi stavo preparando per il mio matrimonio. Ricordo che mi svegliai in casa di Carla - non ne avevamo ancora una nostra ‑ ero a letto e stavamo scherzando, ipotizzavamo il nostro rito nuziale pensando a come sarebbe stato se nessuno dei settantaquattro invitai si fosse presentato in chiesa. Lei rideva. Poi uscì a portare fuori il cane - era il suo turno - e per comprare giornali e croissants. Era inverno e io mi godevo l'attesa a letto, al caldo, ridendo ancora per tutte le ipotesi di rito nuziale fallato che mi venivano in mente. Poi sentii Carla che rientrava, l'incedere veloce, il suo viso sbiancato e le parole "hanno preso l'assassino del treno, è tuo padre". Subito non capii molto, stavo immaginando il matrimonio. Lei mi fece vedere il giornale ed in effetti vi lessi il nome di mio padre.Non sapevo che dirle, lei sembrava in attesa di qualche mia parola, e io riuscii solo a bofonchiare "porca troia".E poi: "Cazzo, ne ha fatta di strada" e cose simili.Lei tornò a letto e restammo in silenzio. Fuori pioveva, ricordo le gocce le finestre e l'odore di noi e quello di Carla. Ricordo tutto tranne quello che pensai.Dopo ‑ non so quanto tempo fosse passato - le dissi: "Non parliamone mai più, non ricordo nulla di lui, tra qualche settimana ci sposiamo e - sembrerò egoista - non voglio rovinarmi la vita per un padre che mi ha abbandonato trent'anni fa".Gli invitati tutti furono puntuali e la cerimonia fu molto bella.Non so esattamente perché ho deciso di andarlo a trovare. Settimana scorsa Carla era in trasferta, per lavoro, io sono tornato a casa verso le sette di sera, come tutti i giorni, come tutti i giorni mi sono sfilato la cravatta, ho aperto il frigo, mi sono preso una lattina di birra e sono andato a sedermi sul divano. Come tutti i giorni mi sono rilassato, lattina in mano: bevanda fresca che scorre, respiro lungo. E poi ho pensato di nuovo a mio padre, dopo sei anni. Il giorno seguente è tornata Carla e le ho detto: "Ho decido di andare a trovarlo in galera". Lei è stata al solito molto comprensiva, mi ha chiesto se avessi voluto che mi accompagnasse e se me la sentivo. Insomma, voleva sincerarsi che non mi facesse troppo male questa idea.Io non penso che mi possa fare bene o male e credo, tutto sommato, che non lascerà strascichi, vorrei solo vederlo per una volta e poi basta, tornare a ignorarlo per il resto della mia vita. E comunque domani parto, ho deciso. Carla mi accompagna alla stazione alle otto, prima di andare in ufficio e dopodomani sarò di nuovo da lei.Come ci si veste per andare a trovare un padre omicida? Giacca e cravatta? Sportivo? Solo giacca penso che possa andare bene. Formale ma non ostentato. Rispetto per il carcere, noncuranza per l'omicida. Ed eccomi qua, in auto, Carla alla guida. Ci amiamo da otto anni e mezzo. Vorrei che venisse con me ma non sono riuscito a dirglielo. O meglio, le parole hanno preso un'altra direzione, lei me lo ha chiesto e io ho risposto: è una cosa che devo fare da solo, ma grazie, amore. La classica frase che, credo chiunque, avrebbe detto. Era il suo momento ed è uscita dalla mia bocca. L'unica replica possibile: "certo, amore, ti capisco". E adesso lei guida, un po' più tesa del solito, con un sorriso forzato e rassicurante. Io la guardo e a mia volta sorrido. Stiamo interpretando la parte in modo classico, senza alcuna sbavatura.Arriviamo, Carla si ferma, si gira, mi bacia, io le accarezzo il viso, lei mi guarda. Le dico: "Non ti preoccupare, amore" e scendo.
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