Critica fotografica
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la nonna e la casaE' il millenovecentoquarantacinque, ritorno a casa. Casa mia è a Torino, io torno dal campo, sono ebrea. Mio marito e mia figlia mi aspettano.
Sono salva. Sono viva, nient'altro può capitare. Ho sofferto per una vita intera, per mille vite intere. Mia figlia si è salvata. Dal campo e dai nazisti. Un impiegato dell'anagrafe, al momento di farle la carta di identità, mi guardò negli occhi. Io me lo ricordo quello sguardo. Fuori pioveva, vedevo il cielo grigio e le gocce infrangersi contro le finestre degli uffici. L'impiegato mi ha guardata per un secondo solo e quel secondo era lungo una guerra. C'era "Signora mia lei si chiama Jona, sua figlia si chiama Jona, Signora mia io non so cosa capiterà ancora in questa guerra ma non vorrei avere il suo cognome, non vorrei morire come forse accadrà a lei, Emanuella Jona, senza sapere perché. Signora mia lei ha più di quarant'anni, cosa fa in Italia, perché non è partita per l'America quando poteva ancora farlo, signora mia, lei è ebrea e per questo lei forse morirà ma in ogni caso la sua vita non è più vita, è un'esistenza in mano ad un'idea e ai suoi manichini senza testa e senza cuore. Signora mia io non posso fare niente per lei. Mi perdoni.Mi diede la carta di identità della mia piccola, io la aprii e la guardai: Luciana Tona. Mia figlia era salva, l'impiegato dell'anagrafe, in quel secondo, aveva deciso di essere uomo, non manichino, e di salvare la vita a mia figlia, Luciana Jona. Il medico, prima di partire per tornare a casa, mi ha visitata, ha detto che sto abbastanza bene, e che peso trentadue chili. Chissà cosa penserà Ernesto quando mi vedrà arrivare verso di lui. Penserà che sono brutta e forse mi bacerà solo per affetto. Non mi importa di nulla, le persone che hanno fatto il viaggio con me sono tutte morte, nel campo. Io, per mesi, li ho visti volare nel cielo come polvere e come polvere ricadere per terra. Ho camminato su di loro quasi ogni giorno e sempre ho solo sperato di non essere io la prossima a essere calpestata. Ernesto aveva preso dell'argenteria, l'aveva portata da Ismaele e lui ne aveva ricavato due cuoricini con la scritta "ali ve dodi ve dodi li" io sono del mio amore e il mio amore è mio. Poi mi hanno presa, mentre loro si sono salvati, cattolici tra cattolici. Quando credevo di non farcela spesso pensavo a quei piccoli cuori che non sono mai riuscita a vedere. Sarà riuscito a prenderli, prima di partire? E quel pensiero mi faceva bene, là, nel campo, pensavo a un cuoricino che forse un giorno avrei finalmente appeso al collo e riuscivo quasi a sorridere. Non devo più pensare al passato, non devo più pensarci, non devo.
Ho quarantotto anni e mio marito mi bacerà e io bacerò mia figlia. Ma cosa succederà di noi? Non sono riuscita a salvare nulla, non abbiamo più soldi, di sicuro non c'è riuscito Ernesto, amore mio, lui doveva pensare a Luciana che ormai è una donna, non certo ai soldi, al presente, non certo al futuro. Cosa sarà di noi? E chi si sarà salvato a Torino? Quanto è lungo questo viaggio per tornare a casa, sembra che non voglia passare. Ma deve e quando arriverò il campo non esisterà più, sarà solo terra e tombe. Io non sono in una tomba e non sono diventata polvere in quel campo. Quindi va bene, va tutto bene, sono magra e il cuore non sembra funzionare perfettamente, dopo tutto quello che è successo. No, non ci devo pensare a quello che è successo altrimenti questo viaggio per tornare a casa non finirà mai. Voglio solo vivere e dimenticare. Ma ho paura, in questo presente sperato tra la polvere dei morti io ho paura per un futuro senza la polvere dei vivi.
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