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Critica fotografica

In rete

Proust e la zia Pina

Diderot: "Est-il bon? Est-il méchant?"

Dei tanti luoghi comuni post-romantici, uno, a mio avviso, è insuperabile nella corsa all'intralcio di qualsiasi percorso artistico. Questo pensiero - luogo comune - si manifesta con: "va be', dai, a te può piacere di più quella cosa lì, di Proust, e a me quel racconto scritto dalla zia Pina". Ovviamente, nel pieghevole delle stupidaggini, nella pagina a seguire, troviamo: "e chi può dirlo cosa è più bello?", per trovare la conclusione - una delle più aberranti del pensiero della idiozia di ogni tempo - : tutto è soggettivo, figuriamoci l'arte.

 

Prendiamo due momenti del pensiero di Benjamin, a riguardo:

L'opera d'arte prima dell'avvento dell'epoca della sua riproducibilità tecnica -grosso modo fine 800 primi 900 -godeva dello statuto di autenticità ed unicità. Un'opera - ad esempio un quadro - era un pezzo unico e originale (non prodotto in serie) ed autentico, ossia irripetibile e destinato ad un godimento estetico esclusivo nel luogo in cui si trova.

E:

L'arte, dopo l'avvento della fotografia, trova mancanza di purezza e perdita di aura. Questo passaggio, al posto che portare fine all'oggettività, ne diventa esaltazione. Laddove ci sarà consumo e riproducibilità, proprio in quel fango, il processo di unicizzazione troverà vittoria nella guerra dei falsi.

Cerchiamo, quindi, di capire le differenze:

Prima: arte come unicità. Io dipingo un quadro. Questo quadro è unico, inimitabile nella sua staticità. Dopo: arte come dinamismo (foto-dinamismo, direbbero e diranno i futuristi). L'autenticità, nel dinamismo, è oggettiva, in quanto rappresenta il momento di verità - luce all'interno dell'insieme falso - buio.
Facciamo un passo indietro: perché Proust è arte e lo scritto della zia Pina arriva a stento ad essere una schifezza? Perché in Proust troviamo: profondità di analisi, studio sociale, psicologia, mistero, risoluzione del mistero? Anche, ma non solo, se no sarebbe soltanto un testo molto intelligente, per usare un eufemismo. Proust, semplicemente, ci dà una visione del mondo che prima non esisteva. E dico proprio "visione" sia per collegamento alla mistica, sia per ricerca filologica. Il mondo che Proust ci mostra c'era ante-Proust, solo che noi non eravamo in grado di vederlo. Da qui il significato mistico, ripreso ed espanso sia da Benjamin, sia da Barthes: artista come trasmettitore.

L'arte, come caratteristica che la rende tale, ha la verità nascosta. Il mistico - artista: la decodifica, donandola al mondo. Quello che Dostoewskji chiamava la malattia del tradurre altro non era che questo: la decodifica di una lingua che non riusciamo a capire, e che, contemporaneamente continuiamo a parlare. Tradurre la Lingua stessa, per rendere "vero" quello che prima era solo un consumabile. Per renderlo "oggettivo". Per questo motivo è osceno definire soggettiva l'arte, proprio perché essa è rappresentazione del contrario: l'arte oggetivizza il soggettivo.
Questa differenza oggettivo-soggettivo la troviamo sempre e comunque. Il famoso interrogativo diderodiano "est-il bon? Est-il méchant" dovremmo usarlo non come metro per "giustificare" le nostre opere e "contrastare" quelle altrui, ma per tener d'occhio i nostri lavori. Se davvero amiamo questo percorso, giudicare una nostra opera dovrà necessariamente avere la stessa valenza del giudicare quella di chichessia. Solo così potremmo dire di aver sacrificato, all'altare dell'oggetto, il nostro ego.
Il cattivo diderot-iano rappresenta solo il visibile, anche se espresso al meglio delle nostre possibilità. Il buono è e sarà sempre un tendere verso. E la meta di questa tensione altro non può essere che l'inconosciuto. Breton, nel suo manifesto, diceva: il surrealismo, attraverso la scrittura meccanica, è una scavatrice che, senza veder dove, continua a scavare. Qualsiasi pietra portata a galla è un risultato. Qualsiasi visione capace di rendere conscio l'inconscio è un risultato.
Se noi semplifichiamo questi pensieri, se noi riusciamo a banalizzarli, anche. Se noi, semplicemente, senza neanche troppo bisogno di rifletterci sopra, riusciamo a farli nostri, riusciamo a liberarci di quel pensiero post-romantico che ci impone, quasi, di paragonare Proust alla zia Pina, e Nadar alle nostre fotografie. E, forse, la smetteremo di dire: "questo posso farlo anche io". Perché, forse potremmo anche farlo noi, quello. Ma, curiosamente, l'ha fatto un altro. Noi, al limite, ci siamo limitati a copiarlo.
Per ottenere la nostra verà autenticità e trasmetterla in opera dovremo continuare a cercare l'oggettivo all'interno della nostra visione. Ma per far ciò, ripeto, sarà essenziale liberarci dall'idea del soggettivismo romantico. L'arte è oggettiva, e, facciamocene una ragione, per smettere di ragionare come la ziapina, dobbiamo ripetere, mille volte e poi ancora mille e mille ancora, un concetto, depurarlo dai luoghi comuni, scrostarlo dal relativismo, e, poi, renderlo foto, racconto, idea, quello-che-vogliamo.
Ma solo quando offriremo una nuova visione oggettiva nata dal nostro essere soggettivo, potremmo dire di aver contribuito a un percorso artistico.


Fotografia

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