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Al Salone del Libro e dell'Est

L'otto maggio si è aperto il Salone del Libro, a Torino. Dopo edizioni di quasi non visibilità e scarso interesse da parte dei media, quest'anno è stato enfatizzato dalla decisione di ospitare lo Stato di Israele e dal - quasi scontato - suo boicottaggio.
Sulla decisione di ospitare, almeno ufficialmente, Israele, c'è poco da dire: oltre all'interesse per l'arte e gli scrittori di questo paese, quest'anno c'è il sessantesimo anniversario della sua nascita.
Il boicottaggio, o meglio, i diversi incipit di boicottaggio, sono da ricercarsi principalmente in Francia, al Salon du Livre di Parigi, e poi in Italia.
Un'intervista a Benny Ziffer (redattore capo del supplemento letterario di un importante quotidiano israeliano, Haaretz, e autore di tre romanzi) rilasciata a nonfiction.fr, tradotta e riportata da Nazione Indiana, ci chiarisce il suo pensiero.

Pubblichiamo lo stralcio relativo alla decisione di boicottaggio:

nonfiction.fr : Perché aver lanciato questo appello al boicottaggio?

Benny Ziffer : Ci sono diverse problematiche. La prima è che il nostro governo , la nostra ambasciata, che hanno fatto la selezione, hanno scelto solo scrittori di lingua ebraica escludendo di fatto due terzi della scena israeliana: ora, questa conta un'enorme comunità tanto di lingua russa che di lingua araba. E' dunque molto riduttivo. La seconda questione è la scelta arbitraria degli scrittori fatta dai burocrati dell'Ambasciata e che hanno escluso grandi figure come quella del nostro poeta nazionale Nathan Zach. Eppure scrive in ebraico! La terza questione è che lo Stato Israeliano considera che gli scrittori siano degli agenti di propaganda. A partire dal momento in cui l'amministrazione finanzia il biglietto aereo, stima che lo scrittore è lì per servire la causa israeliana ed esige ufficialmente questo "fare propaganda" in un contratto che tutti gli scrittori devono firmare. E' quello che è successo con il Salon du Livre di Parigi e con la Fiera del Libro di Torino.

nonfiction.fr : Dice sul serio?

Benny Ziffer : Assolutamente. Il grande scrittore israeliano Yehoshua Kenaz per esempio non è stato invitato in Francia perché ha rifiutato di firmare questo documento ! Ora, la sua opera è ampiamente tradotta in francese. E scrive in ebraico.

(L'intervista completa si può leggerla, tradotta, qui)

Oltre a questo incipit importato, abbiamo quelli di casa nostra. E qui, forse, siamo meno originali. Bertinotti che illustra le tesi sull'importanza di FreePalestina e la non legittimità di Israele come stato, il filosofo (riconosciuto come tale) Vattimo che ci spiega come la Palestina e i suoi morti ci impongono di non avere Israele come promotore di cultura. Poi, i centri sociali che bruciano le bandiere con la Stella di Davide, cantando: Israele, da vittime a carnefici, viva viva, la Palestina.
E di qui le antitesi, il nostro presidente Napolitano che controbatte dicendo che negare l'ospitalità al Salone a Israele è delegittimarne il diritto ad esistere. Quasi come se bisognasse trovare appigli  validi per rinforzare un diritto ampiamente acquisito.
Cerchiamo di capire le ragioni di Ziffer. Dice che Israele usa gli scrittori per fare propaganda. Amos Oz, scrittore israeliano, autore, tra l'altro, del saggio "contro il fanatismo", è dimostrazione vivente del contrario. Dire che Israele ne fa "una questione politica" è un atto politico. Affermare che "boicottare il Salone è atto contro la politica di Israele", è atto politico. Ziffer, con la sua volontà di boicottaggio, con la sua iniziativa per far aderire "tutti gli scrittori di Israele con libero pensiero" alla sua decisione, passa da "critico e scrittore" a "politico". E, per far ciò, usa la retorica della libertà di pensiero. Che se c'è, dovrebbe essere anche libera dalla sua azione politica.
Perché, quindi, vuole boicottare Israele? Siamo sicuri che il motivo non sia da cercare nell'ideologia? Siamo davvero sicuri che il terreno dei luoghi comuni non sia fecondato anche da queste finte libertà di pensiero?

Le ragioni di una certa nostra sinistra nostrana sono da identificarsi (a parte quelle più estreme e ignoranti) con la frase molto spesso detta e citata: "avrò ben diritto di essere contro Israele senza, per questo, esser tacciato di antisemitismo". Frase non priva di una certa logica, seguita, spesso, da: "se dico che sono contro Berlusconi, mica vuol dire che sono contro gli italiani".
Il problema nasce quando si dice "sono contro il governo di Israele", senza specificare quale. Le politiche di Barak sono uguali a quelle di Sharon? E prima e in mezzo, cosa è successo? Come si può, identificando ogni capo dello stato israeliano con "sono contrario alle politiche di Israele, ma non sono antisemita", far credere che il nuovo antisemitismo non si chiami: "da vittime a carnefici"? Qualcuno, di questi personaggi con la divisa in velluto ed  "Il manifesto in tasca", conosce veramente cosa c'è dietro quelle parole?
E quando si potrà parlare dei reali problemi che hanno Israele e la Palestina senza seguire il dettame di un quotidiano e di una ideologia, di destra o di sinistra che essa sia?

FreeSalone a tutti.

 

Alessandro Mazzi 

e-mail: alemazzi@soglie.com 


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