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Critica fotografica

In rete

Glamour

Ho letto, da più parti - riviste, libri, rete -  critiche agli "intellettualismi" nella fotografia. Queste sono considerazioni, "intellettualismi" ha valenza negativa; non capisco davvero perché la fotografia debba essere solo necessariamente "fotografare, far vedere, ricevere comenti tecnici". La spontaneità è cosa assai bella, se è fine a se stessa diventa assai limitante. 

Il discorso "glamour" esula dai tecnicismi, e, a parer mio, anche dalla fotografia.
Farei un distinguo: persona-fotografo-fotografia. La mia critica non è mai rivolta alla persona. E' rivolta in piccola parte al fotografo, non conoscendo tutte le sue opere, è rivolta, chiaramente, solo ed esclusivamente alla foto. Quindi se dico che "odio" il glamour", parlo solo di quelle foto che lo rappresentano.
Ho letto, anche e spesso: "sono solo un foto-amatore, mica un pro, mica un artista". Amatore credo implichi un amore verso le foto. Artista è parola sicuramente inflazionata e poco di moda, ed è facile schernirsene. Il fatto è che se io "mostro" qualcosa, io voglio far vedere una mia visione. La differenza tra "artigiano" e "artista" è che il primo fa vedere, bene se è bravo, un qualcosa che conosco, che c'è già, che posso trovarlo più volte. L'artista, invece, mi dà una sua visione, una visione che c'era prima di lui, ovviamente, ma che nessuno era stato in grado di coglierla. L'artigiano ha poca responsabilità, l'artista molta. Il primo riproduce, il secondo produce.

Da questa considerazione passo al glamour. La prima cosa, quella più in superficie, che me lo fa detestare, è quello che rappresenta esteticamente. Un falso non dichiarato (o ipocritamente dichiarato, lo faccio assimilare come vero e poi dichiaro: ma è ovvio che è un falso). Una donna che posa in funzione di oggetti. Espressioni prive di naturalezza (vera o presunta; mi andrebbe benissimo anche il secondo caso, se riuscisse a interpretare qualcosa di esistente), prive di "soggettività", (ho parlato di "dietro alle spalle" proprio perché rappresenta il contrario del glamour) espressioni omologate. Ci fosse un comunismo dell'estetica, il glamour sarebbe la sua più degna rappresentazione. Ho visto, quasi sempre subìto, migliaia di foto di questo genere. Mai nessuna foto ha destato in me un minimo di interesse. Per un semplice motivo: la differenza tra una foto e l'altra è sempre e solo tecnica, mai altro. Tutte sono forzate, mai "tristezza", ma ostentazione di tristezza, mai "sorrisi", ma ostentazioni di sorrisi. Mai nulla di essenziale, solo sovrastrutture di chirurgie estetiche.
Se la nostra società dovesse sparire, per ricordare il glamour ai posteri basterebbe prendere una foto a caso, nessuna è più interessante delle altre, al limite è solo meglio eseguita. La ricerca, nel glamour, è quella fine a se stessa, "come fare a rappresentare meglio qualcosa che non esiste".
Il problema del glamour, a parte quello estetico, è etico. E' diventato "esempio", e, ancor più, temo, è ormai "la nostra cultura". Per me è uno dei tanti passaggi "glamour-quasi tutta la televisione-chirurgia estetica-status). Ci si identifica, nel glamour. Una donna bella è una donna somigliante a quelle donne. Una di quelle donne, al mio fianco, è il mio rolex vivente. Ho il rolex, ho la porsche, ho la modella, sono perfettamente integrato nella visione di questa società: sono un figo.
Il fenomeno culturale del glamour è assai peggio di quello che Orwel aveva previsto in 1984. Non c'è più bisogno di un potere assoluto, per condizionare le decisioni della massa. Basta farle convincere che decidono da sole. Cosa di meglio del glamour, per questo? Cosa di meglio se non trovare un modello da far anelare? "vuoi essere bello, considerato, invidiato? Guarda questa foto, guarda in che club delle meraviglie potresti entrare, se solo tu comprassi questo prodotto. Anzi, di più, non devi solo acquistarlo, per essere come noi, devi farne parte, devi diventare questo prodotto".
Tutto questo è il contrario dell'estetica. L'estetica è rappresentata dal bello in quanto "diverso", non in quanto "questa è la nuova norma".
L'identificazione nel glamour è un suicidio: suicidio è tutto quello che ti depersonalizza, che sia una foto, una plastica facciale, l'abbracciare un'idea non tua. Identificarsi in qualcosa di imposto (con l'ipocrisia del non imposto, ma del mostrato) è la negazione della personalità. Il glamour non è solo nelle copertine, è negli atteggiamenti, è nella divisione all'interno del branco "figo-sfigato", è nella volgarizzazione della bellezza. Che sia silicone o Photoshop, è sempre "glamour".
Poi il problema "ma col glamour ci campo, le foto vere le faccio da un'altra parte". E' una questione di scelte, credo. E' ovvio che ci si possa campare. Altrettanto ovvio, secondo me, che quando accetti di far parte di un certo pensiero, diventi parte di esso. Andare contro, invece, vuol dire rappresentare "l'altro", e non uniformarsi a questa "barbarie".


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