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Louise

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ART IS A GUARANTY OF SANITY

Il riconoscimento dell'opera di Louise Bourgeois si è fatto attendere. Ma a 96 anni, l'artista di origine francese naturalizzata statunitense, può considerarsi tra le più importanti esponenti della storia dell'arte occidentale e figura di riferimento per più di una generazione di artisti.

 Quest'anno la Tate Gallery e il Centre Pompidou hanno deciso di rendere omaggio ai più di sessanta anni di attività dell'artista, con una retrospettiva intensa che conta, a Parigi, più di duecento opere tra sculture, disegni, incisioni, dipinti e installazioni ambientali. Il simbolo della produzione di Louise Bourgeois è il monumentale ragno Maman, (1999) scultura gigantesca in ferro, alta più di dieci metri, attualmente installata nei giardini delle Tuleries a Parigi.

Louise Bourgeois è una donna minuta, dotata di incredibile personalità. Le peculiarità della sua opera si ritrovano nei tratti caratteriali: il desiderio di introspezione profonda; la ricerca di una consapevolezza umana, prima che artistica, nei rapporti con l'altro; una speciale capacità di rinnovamento di sé e del suo lavoro, quasi secolare. Tutto questo le ha consentito di attraversare molti dei movimenti d'avanguardia del xx secolo, senza che il suo lavoro perdesse il carattere di unicità che lo contraddistingue, rimanendo fedele a se stesso e sempre di grande attualità.

La grammatica artistica di Louise Bourgeois è complessa, non immediatamente codificabile in quanto ricca di riferimenti autobiografici.

 

 
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Seconda di due figlie femmine, Louise nasce in inverno, il 25 dicembre 1911. La famiglia decide presto di trasferirsi a Choisy-le-Roy, un villaggio nella campagna parigina, per dedicarsi a una piccola impresa di riparazione di arazzi. A undici anni Louise disegna le parti mancanti delle tappezzerie che i suoi genitori restaurano: si occupa dei piedi e delle decorazioni floreali che ricoprono i genitali delle figure. E' l'artista stessa ad indicare nella memoria dell'infanzia - dei suoi traumi, delle scoperte, dei dolori - la fonte di ispirazione primaria della sua opera, il cui carattere autobiografico è evidente.

La formazione accademica avviene a Parigi negli anni ‘30, momento del pieno riconoscimento dell'astrazione e del trionfo del surrealismo. Fernand Léger, il migliore tra i miei maestri, le consiglia di dedicarsi alla scultura: i primi dipinti, le femmes-maison, (donne ibridi la cui metà inferiore si presenta nuda e la metà superiore inglobata in una struttura architettonica a forma di casa) non trovano terreno fertile in un mondo artistico in cui il rigore della separazione tra figurativo e non-figurativo rappresenta ancora il fattore discriminante della modernità - e quindi, accettabilità - di un'opera.

E' grazie al marito, lo storico dell'arte Robert Goldwater, che ha la possibilità di abbandonare il clima poco favorevole di Parigi per trasferirsi a New York, dove una libertà creativa maggiore, in un paese disposto ad accoglierla insieme agli altri esuli d'Europa (fra i quali va ricordato Marcel Duchamp) le consente di dedicarsi a un percorso artistico completamente originale e libero senza pero' ricevere un apprezzamento critico visibile.

E' solo dopo la morte dello stesso marito che il ruolo di moglie del curatore lascia spazio alla sua carriera di artista, liberatasi da quel vincolo sociale che non ammetteva l'idea di una donna moglie, madre e artista allo stesso tempo. Nel 1966 viene invitata da Lucy Lippard a partecipare ad una mostra che si rivela poi storica "Eccentric Abstraction" insieme a Eva Hesse e Bruce Nauman e finalmente ottiene il riconoscimento di pubblico. Bisogna attendere il 1982 per una prima grande retrospettiva, organizzata al Museo d'Arte Moderna di New York.

La sua opera, facilmente definita come "non etichettabile", viene interpretata, durante gli anni del femminismo, principalmente attraverso una lettura in chiave psicoanalitica; il riferimento alla psicoanalisi è indicato da lei stessa in diversi scritti e diari, ed è evidente nella scelta dei suoi temi più cari, sessualità, sensualità, riproduzione, maternità, organicità che si esprimono nella forma ambigua e ambivalente sia nelle sue sculture. Quella stessa chiave di lettura è ridefinita negli anni novanta come "l'elemento intimista" e trova nella speciale sensibilità dell'artista la sua vera spiegazione.

L' emozione del ricordo, evocato spesso da traumi d'infanzia legati alle relazioni fra i suoi familiari, costituisce il motore creativo, al quale lei accede ad una terapia, facendo della sua arte una specie di esorcismo. E' dedicata al fantasma del padre e all'idea del suo assassinio l'opera The destruction of the father (1974), installazione-scultura in cui, sulle pareti e sul soffitto di una grotta/tana in penombra sono situate delle sculture semisferiche in lattice, che ricordano delle uova pronte a schiudersi, avvolte in una luce rosastra calda ma inquieta; si tratta di una specie di banchetto non ancora consumato, una rivolta silenziosa mai avvenuta contro un padre iper-dominante, la cui autorità aveva consentito di legittimare la relazione, portata avanti per un decennio, con la governante Sadie, insegnante d'inglese di Louise, che egli introduce a vivere nella casa di famiglia - con il tacito accordo della madre. Questo  soggetto è un tema ricorrente, vissuto da Louise in modo particolarmente intenso, come un "doppio incesto", tradimento triplo da parte di entrambi i suoi genitori e dalla sua compagna di giochi, verso cui è obbligata ad assumere un rapporto complice.

Il percorso della realizzazione dell'opera prevede una catarsi e la scultura si presta perfettamente a questo processo: la fatica dell'elaborazione della materia si effettua col tempo e nel tempo, diventando la salvezza di Louise, e infatti l'arte per lei è quel rito, è quella garanzia di sanità mentale, senza la quale -ammette- sarebbe divenuta un'assassina.Il suo lavoro è fisico e temporale, lei stessa lo definisce un lavoro di costruzione e de-construzione, un lavoro manuale di riparazione e rinnovazione, come faceva da piccola con le tappezzerie, come fa il ragno che tesse la sua tela instancabilmente ogni volta che viene danneggiata. In Comul (1968) scultura splendida in marmo bianco realizzata a Pietrasanta in Italia, in cui la sua riflessione sui rapporti primari è radicale e non si riduce ad una sterile dialettica. Sono falli o mammelle, quei comuli? La differenza scompare se si è disposti a vedere che non c'è, se si riesce a vedere che il corpo e gli organi umani sono una scultura viva e perfetta di vuoti e di pieni. Chi contiene e chi è contenuto nell'atto sessuale? La maternità è uno dei temi dell'ultima produzione, caratterizzata da sculture di dimensioni più contenute e dall'uso di tessuti, feltri, e dalla produzioni di maschere, come la bellissima e paurosa Rejection (2001).

Questo ultimo (per ora, s'intenda) omaggio è l'ennesima tappa di un riconoscimento arrivato ai vertici per questa runaway girl, come a lei piace definirsi, la cui opera è un omaggio alla forza terapeutica della creazione, alla vera scultura e al suo linguaggio in evoluzione. Fra gli artisti che ha sicuramente ispirato (le cui quotazioni sorvolano quelle della loro maman): Rachel Whiteread, Tracey Emin, Mona Hatoum, Robert Gober, Jenny Holtzer e molti altri sicuramente.

Miriam Mosetti


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