Critica fotografica
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mattoL'appuntamento era stato fissato la settimana prima, dalla mia segretaria. Lo scopo era la conoscenza del diverso, diverso inteso, molto banalmente, come matto. Non matto da poco, uno molto matto. Dovevo fare una relazione sulle condizioni dei malati di mente per una rivista poco famosa. Per farlo avevo deciso che, oltre a vedere le strutture, volevo guardare un matto.
In realtà era tutto un pretesto, io i matti li sogno da quando sono bambino, sono incantato dai matti, ho paura dei matti, amo i matti. Arrivai alle dieci e un quarto, l'edificio era grigio, otto piani, portone marrone, anni trenta. Androne, marmi, scale o ascensore, portineria. Quarto piano, prima scala a destra, sezione ventidue. Scale, sedici gradini, non molto alti, circa dieci centimetri. Due rampe per piano, trentadue gradini che diventano centoventotto in tutto. Corridoio lungo una quindicina di metri, largo circa tre, porte ad ambo i lati, la mia era l'ultima a destra. Infermiera, cinquant'anni, cordiale, accondiscendente, sapeva cosa devo fare, ne era stata informata da un medico, mi sorrise e mi accompagnò dal matto. Ero abbastanza tranquillo, dico abbastanza perché la mia tranquillità era ricercata, non è naturale, da troppi anni aspettavo questo apparentemente poco importante momento. Mi ero preparato, da una settimana pensavo a questa scena, pensavo alla clinica, all'androne, ai gradini, all'infermiera, allo spazio da percorrere per arrivare al matto. A come guardare il matto, a cosa chiedere al matto, a come comportarmi col matto. Avevo pensato a tutto, ma non al matto. I metri andavano piano, i passi erano veloci. Le pareti ai miei fianchi, marrone slavato, a destra un dipinto che non ero riuscito a vedere bene, alla sinistra solo muro, piano, tutto scorreva piano. Alla mia sinistra, in fondo, una finestra, alla mia destra, il matto sul letto. Ho cinque anni, ho un incubo. Non vedo niente, sono cieco, sono sotto a casa, sul marciapiede che mi porta normalmente al giardino, con la mamma. Ma sono solo e sono cieco e grido e nessuno arriva. Perché nessuno arriva? perché non c'è la mamma? Voglio tornare a casa, torno a casa non so come ma torno a casa, quarto piano, scala destra. Ascensore con le grate. Arrivo al pulsante con su scritto 4, lo premo, passa piano, passa, passa, arrivo, scossone, sono arrivato, apro in fretta, corro al campanello e con tutta la forza che ho suono, urlo e suono, urlo e aspetto. Il matto era davanti a me, seduto sul bordo destro del letto, si era girato e mi guardava. Alle mie spalle la finestra. Io non voglio diventare matto. Non potevo non guardarlo, ero andato per questo. Ho dodici anni. Vado in bicicletta e cado. Cado ma non vado a terra, il cavalletto si incastra nel terreno, rimango in bilico. C'è caduta e non c'è il terreno. Sono al giardino, sto aspettando gli amici, sono in anticipo e stavo facendo una corsa. Mentra cado, prima che il cavalletto trovi resistenza col terreno, non penso assolutamente a nulla. Non penso e so perfettamente che da lì a poco sarò per terra con le ginocchia sbucciate. Il cuore va veloce, ho una paura incredibile e non faccio nulla. Poi mi fermo e il cuore lo sento davvero battere. Non è successo nulla. La bocca non ha i contorni ben definiti, è di un rosso molto scuro, è brutta e flaccida. Le narici sono larghe, spigolose, il naso è piatto, piccolo, morbido. Le sopracciglia sono folte, delimitate, molto belle. Arrivai agli occhi e lui arrivò ai miei. Sono neri, poco meno neri della pupilla, in mezzo ad un bianco non tanto bianco. Per un attimo le mie pupille e le sue furono una cosa sola e questa cosa fu ovunque: non esistevano distanze, pareti, matti, letti, bianchi, lampade, luci, giardini, biciclette, ascensori, madri, padri, famiglia, lavoro, amici, bambini, futuro, passato, presente, scuole, maestre vecchie, nonne vecchie, colazioni a letto la domenica mattina tarda, cani, gatti, risvegli, insonnie, paure, gioie, incubi, incubi, incubi. Mi hanno processato, giudicato, condannato: matto. |
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