Critica fotografica
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il baratro dell'efficacia![]() Maria De Filippi è un esempio attraverso cui si può capire e ragionare sulla parola efficacia. Ci sono parole che hanno dei confini oltre i quali si intravedono altre parole limitrofe, separate da pianure, da declivi, da colline. La parola efficacia è circondata da burroni, perché è una parola che si risolve completamente in se stessa. L'intelligenza delle De Filippi, che è completamente applicata all'efficacia di quello che produce, mostra nitidamente il burrone dell'orrore, una vertigine da altitudine, come quando scalando il rocciatore non si guarda intorno, concentrato sull'ascesa e non su cosa gli sta attorno. Arrivato in alto, invece di veder intorno a sé un paesaggio che dà pienezza allo sforzo raggiunto, vede un burrone nebbioso, occluso, perché attorno non c'è assolutamente nulla. Contrariamente a quanto si sostiene, che l’efficacia dei prodotti di Maria De Filippi sia figlia di un paesaggio circostante (antropologico, umano, sociologico), cioè che la vetta che ogni volta scala faccia parte di una catena montuosa, ci si accorge, invece, che in ogni suo programma nel momento della chiusura, all’ultima puntata, all’ultimo minuto il finale è sempre monco. I saluti sono frettolosi, non c’è ritualità possibile da una fatica lunga mesi e mesi, perché sopraggiunge l’idea di un’amputazione, una fuga, e si vuole solo scappare dalla fatica fatta. “Amici”, “Uomini e Donne”, “C’è posta per te”, sono tutti la stessa cosa. E’ pura pornografia, perché appena avvenuto l’orgasmo, si spegne e ci si dimentica di ciò che ha provocato l’orgasmo. ![]() Tutto questo è parso lampante dall’intervista di Maria De Filippi al “Senso della vita” di Paolo Bonolis (anche lui uomo dai grandi ascolti, anche lui falsamente e maldestramente intelligente come la sua ospite). Completamente priva di orgoglio per il lavoro che fa e per l’oggetto (l’opera) della sua fatica, Maria De Filippi ha espresso pareri e pensieri insignificanti circa le fotografie presentate da Bonolis, con osservazioni medie e piccole, senza strappi, picchi, né piccole epifanie. ![]() Il genio del male che avremmo voluto conoscere meglio, che ci incuriosiva per la sua capacità di fare ascolti record sulla pelle di ragazzi speranzosi, modelli da sottobosco, vecchie signore alla ricerca del figlio perduto, ha svelato tutta la sua mediocrità efficace. Tanto mediocre e tanto efficace da risultare insipida, banale, stupida. “Amici”, nel meccanismo intrinseco del gioco, non scioglie e non affronta il tema di un talent show, e cioè che relazione intercorre oggi tra talento e successo. Non prende posizione e non fa esplodere le contraddizioni tra questi due concetti. Il meccanismo dà apparentemente un ruolo decisivo alla commissione di professionisti, ma tutto è in mano al pubblico e al santo e remunerativo televoto. Ciò che il meccanismo del gioco non prevede, la bestemmia che non può mormorare, è che un maestro si assuma la responsabilità di eliminare un ragazzo amato, ma privo di talento. Questo elemento invade il programma dalle sue prime mosse, cioè dalla selezione dei candidati che sono già scelti in funzione del fatto che il giudizio non sarà mai espressione della responsabilità dell’insegnante, ma risposta alla piacevolezza rispetto al pubblico, che è concetto - “la piacevolezza televisiva” – che ormai non coincide più con la percezione del talento. ![]() La scelta alla base è delineare un vincitore che non corrisponda all’idea della bravura, ma alla somma di tutti quegli elementi che nella cultura popolare “bassa” fa. Il vincitore di quest’anno, Marco Carta, di cui ovviamente nel giro di pochi mesi non sentiremo più parlare, è stato protetto, individuato, selezionato e condotto alla vittoria in quanto morfologicamente perfettamente corrispondente alla fascia non acculturata di pubblico giovanile, a quell’oceano adolescenziale quantitativamente enorme (pubblico-share-denaro), ma ineluttabilmente periferico rispetto alla formazione di gusti e tendenze. Il suo corpo da centro commerciale, come quello della ballerina commessa con tanto rimmel e il sedere basso, corrisponde perfettamente all’idea del “divo da comitiva”, il cui talento, nelle sterminate periferie, corrisponde perfettamente a quello di un Cassano redento, nel senso di un ragazzo che porta le stimmate del disordine della periferia, ma completamente bonificate dalla televisione. La De Filippi individua in questo lavaggio mediatico del disordine e della sporcizia pasoliniana il cuore della sua efficacia: un piede nell’antropologia bastarda e un piede nella redenzione che solo la sua televisione può regalare. Da questo punto di vista tutti i suoi “eroi” appartengono a questa famiglia: albanesi derelitti, borgatari ingioiellati, post-scugnizzi ed estetiste. Che diventano, nel giro di una stagione televisiva, i generi e le nuore più ambiti e sognati da ciò che rimane delle madri di questo paese. Il fatto che “in fondo è un bravo ragazzo” è il climax narrativo a cui la De Filippi indirizza tutta la macchina narrativa dei suoi programmi. Qui sta il paradosso. Ai pochi rimasti che invocano anche una missione educatrice del prodotto televisivo, la De Filippi è la risposta più ferale e paradossale, perché lei “mette in scena” l’educazione del buon selvaggio. ![]() E in questo c’è efficacia come in una macchina celibe dadaista, che gira ingranaggi ma non produce nulla, se non il proprio funzionamento. Quel che si credeva intelligenza malefica, che era ciò che affascinava e anche respingeva della De Filippi, è simile all’ingegno di un idraulico, che riesce a far passare acqua nei tubi. E l’esito è che tutto scorre via, come l’intervista rilasciata a Bonolis (“ho sempre tante caramelle in tasca, se no mi si secca la bocca” vezzo da segretaria), come i personaggi creati e contemporanemanete uccisi dei suoi programmi. Sara Mosetti |
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