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Critica fotografica

In rete

Il mangiatore di libri

Imparai a leggere quando avevo diciassette anni, in uno squallido campeggio, con un libro di cui a fatica ricordo il titolo.
Non ero agitato né emozionato, solo ansioso. Da ogni parte mi arrivava voce di ciò che la lettura può donarti, di quanto sia eccitante. Mentivo ai miei amici, dicevo di essere in grado, riportavo voci sentite in giro e davo giudizi su presunti romanzi letti, non potevo essere inferiore, non potevo essere incapace.
Trovai il libro in spiaggia, mi sforzo di ricordarne il contenuto, ma ho immagini vaghe, l'autore era defunto, raccontava di qualche stupido gioco di carte, c'era una tenda verde, il mare con i sassi da lanciare, il cugino della protagonista era un ragazzino grasso, il resto mi torna in mente vago, confuso con altre vacanze, mescolato ad altri libri.
Non so dire come imparai a leggere, credo che nessuno sia davvero in grado di farlo, ma lo sfogliai, tutto. Fui contento, non per aver imparato, ma solo per aver creato un precedente di cui parlare, per essermi costruito la possibilità di dire: "l'ho letto, niente di che", senza però essere neppure in grado di capire realmente di cosa parlava.
In realtà non mi dispiacque, ma dare un giudizio senza altri termini di paragone fu impossibile, allora decisi di prendere altri libri, cominciai a frequentare diverse biblioteche, alcune, una in particolare, con assiduità. Cominciai a leggere un po' di tutto, in modi diversi, diventai bravo, un "mangiatore di libri", ma, forse, particolare, diverso dagli altri, uno di quelli che va cercando IL libro, il libro che sia l'ultimo, il libro che mi dia davvero le emozioni che ho iniziato a trovare sparse su altri testi.
 
23/11/2007

Vagavo all'interno di questa biblioteca immensa, distorto e disinibito dall'alcol; molti di quei libri li avevo già letti, senza sentirmi soddisfatto: piacevoli ma non profondi, divertenti ma poco introspettivi, un bel passatempo a cui dedicare spazi delle mie serate, ma solo se non avevo di meglio da fare.
I corridoi sono angusti e appiccicosi, spesso si cozza contro altri lettori, contro persone intente a scegliere i testi o contro libri mal disposti; fa sempre molto caldo e l'odore è spesso sgradevole, acre, anche se ogni libro ha un profumo particolare, mai imitabile e spesso piacevole se portato fuori dalla biblioteca.
La disposizione dei testi è strana e casuale, non ci sono schedari, nessun elenco, nessun indice, nessun luogo dove fermarsi e scegliere ciò che si vuole sfogliare. I libri sono ammassati a caso, spesso le opere migliori vengono messe vicine, creando cumuli di lettori intenti a conquistare le poche copie disponibili; chi riesce nel suo intento di strappare un libro raro, prima di iniziare la lettura, si guarda intorno per assicurarsi che tutti abbiamo notato il suo successo, a volte si ferma, paga, prende da bere e comincia a scorrere con gli occhi il testo.
Nonostante le ampie poltrone e gli scalini all'aperto all'esterno, in pochi decidono di leggere in biblioteca, molti corrono a casa per spogliarsi, infilarsi a letto e ricercare la solitudine sperata. Non vi è segreteria, non c'è luogo dove tener conto di chi prende un libro e lo porta via, non vi è modo di sapere se e quando lo restituirà, nessuno sa quanto, alla restituzione, chi l'ha preso l'abbia realmente letto, quanto l'abbia rovinato, quanto abbia sgualcito le pagine intonse, eppure, a sentire i lettori, non esiste libro che non abbiano sfogliato con attenzione dall'inizio alla fine. Spesso sorrido pensando a chi segna fra i primi il suo nome nella scheda all'interno della copertina, orgoglioso di esser tra i pochi ad averne goduto, senza immaginare che i libri possano mentire sul numero di occhi che li hanno attraversati.

Un amico, Roberto, uno di quelli che legge molto, a volte anche due o tre testi nello stesso periodo, mi consigliò un piccolo libro dalla copertina scura; quelle pagine non le aveva mai neppure sfogliate, tuttavia, quando gli erano capitate tra le mani per caso, al lavoro, aveva subito pensato che mi sarebbero di certo piaciute. La copertina era piacevole, forse meno sgargiante delle altre, ma particolare, donava agli occhi quel tocco artistico che tanto mi affascina; mi avvicinai, tentai di aprire la prima pagina, ma cadde a terra senza fare rumore. Quasi infastidito decisi di lasciarlo perdere e continuai a girare per la biblioteca scrutando i miei futuri racconti, cercando pagine di cui godere.

Di solito leggo best seller, amo avere argomenti di cui discutere con gli altri "mangiatori di libri" come me e spesso ci è capitato di stare a guardare chi, pur sapendo leggere a fatica, frequenta i nostri stessi posti, ci osserva, ci invidia, rovista tra le cartacce per trovare qualche pezzo scritto in modo comprensibile e fiero si atteggia.
Nonostante la mia inclinazione verso i testi più venduti, nella mia vita i libri che maggiormente mi hanno cresciuto sono stati quelli che poche persone hanno saputo aprire, quelli che spesso hanno pagine incollate dai vecchi proprietari per nasconderne il contenuto, pagine rovinate o strappate e gettate per terra nel mondo. Amo questi libri, la gente li apre, attratta dalla copertina, ma si spaventa perché non c'è ciò che aspetta oppure trova il testo del tutto incomprensibile, un po' come quando la gente legge me.

18/01/2008

Ancora in biblioteca, come quasi sempre il venerdì, Roberto e io, "mangiatori di libri".
Dopo la consueta coda che siamo soliti eludere ci ritrovammo immersi nei vari testi, parlando, commentandoli ad alta voce, senza rispetto alcuno per chi se ne stava in silenzio a studiare e, spesso, senza rispetto alcuno neppure per gli autori dei brani.
In quel periodo stavo leggendo un libro strano, non mi piaceva molto eppure continuavo a leggerlo, continuava a capitarmi tra le mani. Quasi volevo convincermi che mi piacesse, quasi desideravo far sapere che era un buon libro, che quel colore azzurro e quella splendida immagine sul retro della copertina non fossero l'unica cosa apprezzabile. A oggi sono convinto che il mio fosse un gioco mentale, che mi fossi quasi persuaso a crederlo un libro degno di ricordo e citazione per una serie di piccoli motivi non così importanti. La prima volta l'avevo visto come compagno di serata di una mia amica e quel suo sguardo azzurro mi aveva violentato gli occhi, l'avevo cercato spendendo tempo ed energie, avevo insistito quando sembrava impossibile ottenerlo e me n'ero impossessato. La lettura non mi regalava nulla, eppure, la sera, nella luce fioca, ero contento di averlo e di gustarne. La fatica fatta per ottenerlo e quella sua nottambula compagnia, legate al fatto che da troppo tempo non leggevo un testo in cui perdermi del tutto, avevano creato in me un sentimento di infastidita passione, che volevo depurare agli occhi altrui chiamandolo affetto...

Quando stavamo per uscire e tornare a casa Roberto mi indicò di nuovo il libro con la copertina scura, lo osservai distante e, dopo diversi attimi di titubanza, mi chinai a raccoglierlo. Lo presi e lo misi in tasca, lo rubai. Tutto successe in fretta, probabilmente nessuno mi vide, nemmeno gli altri libri, sempre attenti ai miei movimenti. Felice del mio furto così inaspettato, così casuale, così poco premeditato, tornai a casa.

Fino al giovedì successivo decisi di non aprire il libro, lo contemplai un po'.

Lo spalancai di sera, in un pub poco distante da casa mia, tra il mio solito "caffè e montenegro".
Mi sedetti in un tavolo che ha molti significati, diverse volte sono stato in quel posto con altri libri e mi capita spesso di scegliere quel tavolo, alle spalle il muro, il pieno controllo su ciò che si muove intorno, il poter leggere senza essere letti, con l'unico disturbo di quella voce vecchia e stridula che rilascia un "ciao" sempre troppo echeggiante e che domanda "cosa vi porto?" con un sorriso a metà tra l'infastidito e il gentile.
Per la prima volta guardai con attenzione il libro e la copertina mi stupì, profumava di cioccolata e liquirizia; era stato scritto da autori diversi, con un carattere molto piccolo, un'infinità di capitoli da leggere, c'erano pagine bruciate e strappate, altre scritte a mano, segnalibri che subito provai a togliere, invano. Pagine di architettura non finite, un numero incredibile di disegni splendidi, per lo più fatti con la matita semplice, immagini e racconti di scuola e bambini, lacrime di musica, poesie di Verlaine e non solo, ricette salutiste e associazioni alimentari, conversazioni con dio e pagine di silenzi.
Non avevo mai visto un libro così. Mi decisi ad iniziare con ordine e finii per capirci qualcosa quando già era notte, davanti ad una casa sconosciuta, ad ascoltare musica sentita e risentita, chiudendo gli occhi, cercando di dare un colore alle note, accarezzando una gamba estranea e guardando le curve di un naso non mio, poi la porta si chiuse e cominciai a sorridere, sorrisi a lungo, finché mi addormentai.

Da quella sera mi dimenticai del libro azzurro.

Non ho più smesso di leggere, da quel giovedì, stupendomi a ogni pagina, emozionandomi per ogni capitolo, infastidendomi una volta soltanto. Spesso sono tornato in biblioteca in questo periodo, guardando diversi libri, ma avendo così dentro l'altro da non riuscire a trovare neppure la voglia di sbirciare tra le, pur splendide, copertine.


22/02/2008

In un lussuoso hotel, tra colazioni in camera e passeggiate tra gli scogli, tra ossi di seppia e cene costose, tra un bagno turco e palme senza foglie che feriscono le mani continuai la mia lettura, nel modo forse più attento fatto fino ad allora, continuai a sfogliare le interminabili pagine di quel libro rubato per caso, di quel testo che stava diventando nebbia, irrealmente intorno a me in ogni mia azione, presente in ogni luogo dove volessi guardare, senza però impedire al mio sguardo di raggiungere la destinazione.
La stanza era affacciata su un mare calmo e primaverile, la corda delle tende giallo scuro buttata sul letto disfatto, la strada che si tuffa nella spiaggia, l'acqua blu scuro immobile un passo più in là; iniziai a scrivere su una pagina bianca del libro comunicando i miei progetti, il mio futuro, la mia vita. Ne ricevetti in cambio un emozionante concentrato di dubbi poco credibili e incomprensibili, ne ricevetti una scivolosa realtà che non riuscii a tenere in mano. Non mi era mai successo di tenere il libro così stretto a me, eppure le mani erano molli, le braccia stanche, il mondo buio e il libro cadde.
Lo raccolsi. Due giorni dopo cadde ancora, da allora le cadute si fecero più frequenti, ancora oggi lo prendo, mi dona, mi scappa, mi chino, lo riprendo, facciamo l'amore, cade ancora, lo raccolgo, ci scrivo, lo appoggio sul petto, precipita, lo stringo, scivola via, gli afferro la mano, mi taglia, scappa, un bacio, ricade.
Neppure lei, il mio libro, saprebbe spiegare le sue cadute essendo convincente, neppure lei sarebbe capace di spegnere le nostre candele, di buttare la mia piccola pietra tra i massi della sua vita passata.
L'ho letto urlando sottovoce, ma non tutto, non sono riuscito a finirlo; non so bene quanto tempo occorrerebbe per terminarlo, credo tutta la vita. Vita che spesso mi trovo a voler spendere per lui, vita che spesso vorrei dedicargli.
Ho scritto parecchio tra le pagine trovate bianche, storie, lettere, canzoni, poesie e credo di aver usato un buon inchiostro, abbastanza indelebile, di certo, il migliore che avevo.

Un libro piccolo e corto, uno di quei rari libri per cui ritagli tempo che non hai, che ti lascia con il fiato sospeso, che ti fa ritardare, che ti induce a perdere ore di sonno pur di leggere un altro capitolo. Un libro con cui passare nottate a parlare del niente, con cui condividere serate su un dondolo buio con qualche pipistrello, un libro che descrive l'emozione e l'imbarazzo in tre mosse, un libro strano, che in qualche modo porterò con me, che spesso ho provato a chiudere senza riuscirci, che rimarrà disegnato sul muro del nostro paese. Un libro... il libro.

ungiornoindefinito/05/2008

Si è chiuso. Lo sbattere delle copertine ha fatto un rumore sordo e doloroso, ha alzato molta polvere che mi è entrata dentro più di quanto già il libro avesse fatto, polvere che mi dà la sensazione di soffocare, ma che non mi fa tossire perché consapevole che il respiro successivo al colpo di tosse sarebbe a pieni polmoni e mi soffocherebbe di più, che non mi fa piangere perché le lacrime diventerebbero fango prima di lanciarsi a terra. Si sta diradando con una lentezza quasi irreale, anche perché di sventolare la mano davanti alla faccia per farla disperdere o di spostarmi davvero non ho voglia. Il mio respiro affannoso è l'unica cosa che mi fa sorridere, cerco di aprire gli occhi per vedere dov'è e riaprirlo, o, almeno, cerco di aprire gli occhi per osservarlo una volta ancora.

Giro altre biblioteche, tra donne poco vestite e ragazzine seminude, con la musica che mi fa male alle orecchie, leggo altri testi, altri best seller, io, "mangiatore di libri", infelice.

 

Simone Bernardi 


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