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Critica fotografica

In rete

la sovrabbondanza dell’onirico

 
“Il Divo”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, è un acido. Ti siedi in sala, c’è rosso sullo schermo e una musica forte e contemporanea che ti riempie i sensi. Il fatto che si parli di Andreotti è tangenziale, perché potrebbe raccontare la vicenda privata e segreta di qualsiasi essere umano pubblico e misterioso.
 
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Andreotti è uno di quei personaggi che, a chi scrive di finzione, vengono in mente quando ci si sta per addormentare, in quel momento magico portatore di idee balzane e geniali, che puntualmente al mattino non si ricordano. Viene in mente come un’impresa impossibile nella realtà: imbrigliare in un film Giulio Andreotti, già personaggio nella realtà, metafora potente, corpo “spettacolare”. Il sogno soccorre il narratore impreciso e velleitario. La sera, prima di abbandonarsi al buio silenzioso del sonno, vede luce nitida e calda, viene pervaso da una musica durissima e romantica insieme, scorge animali come chimere, con cui si può parlare. Al mattino il ricordo svanisce e ci si maledice di non aver preso appunti, e si odia il mondo scientifico-tecnologico e i suoi dottori, che ancora non hanno inventato un macchinetta registrasogni da sbobinare al mattino, mentre si è davanti allo schermo bianco e bisogna inventarsi qualcosa, perché quello è il tuo lavoro e il tuo destino.

Sorrentino, che negli altri film aveva sognato, ma mai con questo coraggio, ne “Il Divo” non ha alcun timore. Ha lo sguardo lucido e allucinato. Non segue un filo, non porta tesi, non racconta - se non quando lo ritiene strettamente necessario per l’accessibilità (unico limite di un film tondo e perfetto) – le vicende conosciute o presunte di Giulio Andreotti. Espone, invece, come fanno i sogni, l’idea di Giulio Andreotti, dà forma alla visione di uno strano paradosso, cioè che esiste un uomo che è già metafora potente e collettiva non solo di un paese, ma della stessa idea metafisica del potere. Non è dunque il film che dà forma o inventa la metafora – sociale e politica - ma è Sorrentino che la “vede” con la materia dei sogni. Anche la faccia di Andreotti, nell’ottima interpretazione di Servillo, sembra una deformazione onirica del volto già grottesco dell’originale.

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Si parla di Italia, di mafia, di potere. Si parla di un Potente, del più Potente, che per fare il bene di Dio si allea con Mefistofele e poi va in chiesa a parlare senza pentimento con un prete paracocainomane che lo confessa per ripulirlo e dargli nuova vita, altri anni, troppi anni da vivere (“dovevo esserci io al posto di Moro”)

Andreotti entra a Palazzo per la settima volta. Il settimo governo Andreotti. Un gatto persiano bianco dagli occhi di colore diverso lo guarda giudicante. Andreotti, curvo e stupito da quella presenza incongrua, non riesce a scacciarlo.

Andreotti in mezzo a un bosco, insieme a potenti mafiosi indicati da alcuni pentiti. Una battuta di caccia. Un fucile in mano a un uomo che non sa stare dritto. La canna del fucile si piega come la sua schiena, e Andreotti spalaca gli occhi, anche lui non sa come ci sia finito in quella parte di sogno.

Andreotti con la moglie. Un amore silenzioso davanti alla tv, Renato Zero canta e li emoziona, parla di loro e a loro come potrebbe fare a un’anziana coppia di Tivoli, lui edicolante, lei parrucchiera.

Andreotti in via del Corso, a Roma, che cammina piano prima dell’alba, con gli uomini della scorta e le auto blu che lo seguono, lentamente, e i lavoratori della strada che lo guardano come si fa a Roma, per poterlo raccontare al bar agli amici, senza enfasi.

Andreotti sul divano con la moglie, che parla con collaboratori e fa strategie, mentre intorno impazza a tutto volume la festa indiavolata di Cirino Pomicino. Una scena di ballo magnifica, come non se ne ricordano.

Il bacio con Totò Riina. Un altro balletto, lieve e delicato, come il bicchier d’acqua chiesto dal mafioso durante il processo.

Gli uomini della “corrente” andreottiana, personaggi alla Scorsese, alla Sopranos: galoppini vivaci, delinquenti grassi, o piccoli impiegati ricurvi e potenti.

Di sogni si parla, di potente immaginifico, di realtà alla Matrix.
Sembra che oggi l’unico modo per parlare della Verità, nascosta e proibita, sia sognare, sognare molto, sognare drogati, sognare come fanno i pazzi. E non avere paura di raccontare ciò che si sogna e come si sogna, perché la realtà è più dentro di noi che fuori, è nel nostro dna di narratori contemporanei.
Quello che Sorrentino insegna ai narratori del nostro tempo è che per cogliere un barlume di verità, oggi, c’è bisogno di ispirazione come quando si sogna e di tutto l’irrazionale di cui siamo capaci.

Sara Mosetti


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