Critica fotografica
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Soglie intervista Alberto Pascale![]() Alberto Pascale è un fotografo che trova espressione in una triplice veste. Ci sono le cose che fa per lavoro, quelle che fa per amore, c'è quello che vorrebbe diventare. Per lavoro va nelle chiese e riprende persone che si sposano, o trova oggetti interessanti e fa still-life. L'amore, Alberto Pascale, lo vede in bianco e nero, lo vede nei volti delle persone, vive o fatta scultura, nei paesaggi. Quello che vorrebbe diventare è una persona, che trasmette, attraverso i suoi lavori, quello che pensa. E' una persona, Alberto, che pensa parecchio e che lavora sui suoi pensieri, in camera oscura o con Photoshop, cercando di renderli chiari, comprensibili, essenziali. Cerchiamo di capire, in questa breve intervista, il suo modo di vedere la fotografia.
Soglie: allora, Alberto, come hai iniziato a fotografare? Pascale: come quasi tutti, da bambino, con una macchinetta da pochi soldi, regalata dai miei. E' stato un colpo di fulmine, anche se, poi, per troppa voglia più che per poca, mi sono bloccato, non chiedermi bene il motivo, fino a sedici anni. Ricordo una vacanza passata a lavorare per guadagnare i soldi per comprarmi la prima reflex. Soglie: e da allora cosa è cambiato, nella tua vita? Pascale: difficile dirlo, per adesso la fotografia è un lavoro part-time, non è la mia principale attività, anche se devo dire che comincia a prendere forma l'idea che lo diventi. Per il resto, io ho sempre la macchina fotografica con me, è una specie di coperta di Linus, senza mi sembra che manchi quel qualcosa che mi consente di essere "a posto". A volte non faccio neanche uno scatto, ma lei, la mia macchina, deve stare appesa al collo. Soglie: prova a immaginarti senza macchina fotografica, cambierebbe qualcosa nel tuo modo di vedere le cose? Pascale: Non ci avevo mai pensato. Ma credo di no, il mio occhio prescinde dal mezzo, ormai è allenato a guardare, quindi no, credo non cambierebbe nulla. Soglie: per te cosa vuol dire "fare una foto", e perché le fai? Pascale: eh, domanda complessa. Solitamente i fotografi rispondono che fare una foto è creare qualcosa. Io non la vedo propriamente così, o, meglio, non solo così. Per me creare è la prima fase, ma non il fine. Io voglio comunicare qualcosa. fare vedere agli altri il mio modo di vedere la vita. Perché faccio foto? E come faccio a non farle, tanto la macchina fotografica me la porto sempre dietro, no? Soglie: in effetti ha una sua logica... Si parla spesso del dualismo analogico - digitale, tu cosa ne pensi? Pascale: io non ne farei una questione tecnica. Ormai le macchine digitali hanno raggiunto una grande qualità. L'approccio per vedere questo dualismo secondo me dovrebbe essere: "come si fanno le foto con la digitale e come si fanno con l'analogica". Il digitale ha senz'altro molti pregi, pochi costi, velocità dell'iter che inizia con il click e finisce con quello che vedi, ma decisamente ha anche un grande svantaggio: si scatta senza pensare, tanto una su dieci o su cento verrà bella, e poi al limite la si ritocca dopo. Questo ha portato a una mancanza di ricerca, ad aspettare dieci minuti o più, per trovare l'angolo giusto, ha decisamente portato la fotografia a uno standard basso, fatto di cose da riprendere, non di cose da ricercare. Soglie: quindi tu come fai? Pascale: io uso sia la digitale sia l'analogica, ma penso sempre come se davanti agli occhi avessi qualcosa da studiare, da pensare, da lavorare, anche. Soglie: bell'approccio. E cosa vorresti fare? Mostre, libri? Pascale: tutto! Ovviamente scherzo. A me piacerebbe fare dei libri di fotografia. Le mostre possono essere interessanti, ma arrivano a poche persone, e per pochi minuti, per un'ora o due al massimo. Un libro le persone possono legegrlo o guardarlo quando vogliono, possono saltare come meglio credono, da un pensiero all'altro, ricreando, in fondo, un mio lavoro. Soglie: stai lavorando per realizzare questo tuo progetto? Pascale: sto lavorando sul mio modo di scattare. O meglio, sto lavorando su di me. Non credo si debba dire: adesso faccio un libro. Credo ci si debba perfezionare, bisogna passare ore prima di decidere che è il secondo giusto per scattare, e poi ore in camera oscura o al pc, per rendere, o solo per cercare di rendere, la cosa che hai davanti agli occhi esattamente come l'avevi pensata, vista, amata. Poi magari il libro verrà o non arriverà mai, ma questo è il mio modo di provarci. Soglie: bene, allora ti facciamo un grande in bocca al lupo, ci sembra davvero il modo migliore, "lavorare su di noi", rispetto a "cercare che qualcuno si accorga di noi", per esprimersi in qualsiasi forma d'arte. Pascale: finita? dai, pensavo di riuscire a dire nulla, è andata bene, no?
L'ultima riga rappresenta Pascale, come e forse più delle altre, è un fotografo senza bisogno di autocelebrazione.
Mettiamo il link di due gallerie che abbiamo pubblicato e il link al suo sito personale
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